L’elefantino di pietra

Elefantino

Un giorno un bimbo ricevette per regalo dal suo papà una piccola statuetta di elefante in pietra nera. Il bambino né fu subito rattristato.

“Papà, questa statuetta mi rende un po’ triste”

Il bimbo nella sua vita aveva visto solo poche statue, e tutte fatte per ricordare qualcuno che era ormai non c’era più. Il papà sorrise e spiego al figlio che ci sono anche altri tipi di statue.

“Solo alcune statue sono fatte per ricordare qualcuno che non c’è più, altre sono create per abbellire un luogo e altre ancora per ricordare qualcosa di importante, qualcosa che non deve essere dimenticato col passare del tempo.”

Ed ecco allora che ebbe inzio la storia dell’elefantino di pietra, che il papà raccontò al suo bambino.

C’era una volta, tanto tempo fa, un piccolo elefantino, che amava stare con la mamma e il papà, giocare con i suoi due fratelloni in mezzo al branco, e scorrazzare nella foresta. Un giorno sentì uno strano rumore in lontananza, un rumore mai udito prima, si avvicinò e scorse un essere strano. Era di certo un animale, ma di una specie mai vista: stava ritto sulle zampe posteriori, aveva peli solo sulla testa, sembrava debolissimo ed emetteva un rumore assordante.

“W-eeeee, w-eeee”

L’elefantino si dispiacque per quell’esserino indifeso e spaventato, e immaginò che si trattasse di un cucciolo di essere umano. L’anziana del branco aveva avvertito i più piccoli del grande pericolo ad est della foresta, dove vivevano questi animali chiamati uomini, sapeva solo che erano un pericolo per la loro sopravvivenza, e che avevano la capacità di morderti da lontano.

Ma all’elefantino il cucciolo faceva pena e non lo trovava affatto pericoloso, probabilmente si era perso nella foresta. E fu così che gli si avvicinò. Quando il bambino lo vide, smise subito di piangere e con il viso ancora bagnato di lacrime, fece una strana smorfia mostrando tutti i denti, ed emise un altro rumore mai udito prima.

“Ah, ah, ah”

L’elefantino sapeva dove si trovava il villaggio degli uomini, e così decise di aiutare il bimbo riportandolo dalla sua mamma e dal suo papà che di certo erano in pensiero per lui. L’elefantino agitò la codina di fronte al bambino che l’afferò, e iniziò a marciare in direzione del villaggio. Marciarono finché il sole da alto e splendente, sparì ai loro occhi colorando il cielo di rosso, viola e arancione.

Ormai prossimi al villaggio, l’elefantino e il bambino si salutarono, ma da quel giorno nacque tra di loro una grande amicizia. Capitava spesso che si incontrassero a metà strada, nella foresta, e andassero a zonzo, si divertissero a sguazzare nelle pozze d’acqua e a correre insieme a perdifiato.

I giorni passarono, uno poi un altro poi un altro ancora e ancora e ancora. Il bambino divenne un raggazzo e l’elefantino un giovane e possente elefante. I giorni passarono, uno poi un altro poi un altro ancora e ancora e ancora. Il ragazzo divenne un uomo, addirittura più grande del suo papà, e l’elefante divenne un pachiderma, addirittura più possente del suo papà.

Un giorno i due amici giocavano nella foresta, l’uomo in groppa all’amico elefante, quando si sentì un colpo assordante.

“Bang”

Fecero appena in tempo a rendersi conto di cosa stava accadendo che udirono un altro colpo.

“Bang”

L’elefante immediatamente sentì un forte dolore alla zampa anteriore. Doveva essere quello il morso dell’uomo di cui l’anziana aveva tanta paura. L’elefante preso dal panico si imbizzarrì, cominciò a barrire a più non posso sollvandosi sulle zampe posteriori, e l’amico in groppa cadde. E dal colpo rimase a terra svenuto.

L’elefante preoccupato lo sollevò con l’aiuto delle zanne e scappò lontano seguito dal suono degli spari. Corse per molto tempo zoppicando, finché non sentì più nulla e sopraffatto dalla stanchezza si accasciò. Purtroppo l’amico umano non si risvegliava e fu così che l’elefante lo riportò a casa, lasciandolo proprio all’entrata del villaggio dove poco dopo i suoi compagni si sarebbero presi cura di lui. Zoppicante tornò anche lui a casa, dove fu il suo branco a occuparsi della sua guarigione.

Per diverso tempo i due amici non si incontrarono, fino al giorno in cui completamente guariti, si trovarono di nuovo nella foresta, al solito posto.

Furono felici e giocarono a lungo come ai vecchi tempi finché giunse la sera tardi. Le stelle erano alte nel cielo, quando arrivò il momento di salutarsi. Sapevano entrambi che non si sarebbero più rivisti. L’uomo sapeva che i bracconieri o prima o poi seguendolo avrebbero raggiunto di nuovo l’elefante e tentato di ucciderlo per rubargli le zanne. L’uomo abbracciò la zampa dell’elefante che lo strinse con la sua proboscide. Si girarono ciascuno verso casa propria e si avviarono, senza voltarsi indiero.

Non si rividero più, ma rimasero amici per sempre. L’uomo per rendere onore a questa grande amicizia, scolpì da un pezzo di pietra nero raccolto nel punto in cui si videro per l’ultima volta, la sagoma del suo amico elefante. E tempo dopo donò a suo figlio l’elefantino di pietra, narrandogli della meravigliosa amicizia che lo legò per sempre a un elefante, e dell’importanza di amare e rispettare la natura e gli altri esseri viventi che abitano il nostro pianeta. Il figlio divetato uomo regalò a sua volta la statuetta al proprio figlio, narrandogli dell’amicizia tra suo nonno e l’elefante, cosa che fece anche il figlio del figlio col proprio figlio, e così via…. Fino ad oggi in cui io la sto regalando a te.

“Il bracconaggio è una delle principali cause di morte tra gli elefanti: ogni anno vengono massacrati circa 20.000 elefanti africani.” Per saperne di più:
WWF: difendi l’elefante
National Geographic: elefanti africani in caduta libera
Great Elephant Census

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